Punti di rottura – Il vestito Blu

Cambio dell’ armadio.

Le giornate inizio ad essere calde e le sere tiepide.

Quando Marlene ha deciso che sarebbe diventata grande?

Quando ha tolto il vestito della fanciullezza?

Forse vorrebbe diventarla, ci sta provando. Il voler crescere è già un segno di maturità?

Un abito dopo l’altro sento già il profumo delle serate estive, dei nostri aperitivi, della tua pelle calda dal sole. Il tuo sale.

E poi eccoli lì.

Il mio vestito blu, leggero, lungo, con i fiori. un po’ hippy, il mio preferito.

Lo misi in una sera per me importante. La sera che per me era quella della libertà. Credevo di essere diventata libera solo perché mi ero ribellata, invece ancora mi portavo dietro il mio sacco di rabbia e rancore.

Avevo deciso che tanto non sarei mai cambiata, che ero una ragazza debole, debole alle tentazioni, nei confronti della vita, manipolabile, inaffidabile. Avevo deciso che il mio cuore era in blackout, avevo troppo dolore per dare amore, che se avevo perso delle amicizie in fondo era solo colpa mia, che se mio padre mi aveva scartato forse ero davvero una figlia ingrata e immatura.

Sono sempre stata una che si arrendeva in partenza.

-non ce la farò-

sempre a girarmi nella testa.

Quella sera misi il mio bel vestito con frivolezza, sapendo gli effetti.

Ci sono abiti che danno alle donne poteri straordinari, diventiamo delle WonderWoman e anche gli uomini lo percepiscono.

Quella sera vinsi e persi tutto allo stesso tempo.

Dovevo perdere tutto.

Spogliarmi delle cose belle che avevo.

Perdere tutto.

Tutto.

Ricominciare a costruire.

Ho deciso di partire da una nuova casa.

La casa è il riflesso della nostra anima e io un po’ a questo ci credo.

Un pezzetto alla volta ne ho riempita una, nuova.

Ci mettevo me stessa, le cose che volevo che facessero parte delle mia vita perché mi facevano stare bene. E poi ancora tu. Una casa nuova, una Irene nuova un te nuovo.

Nudi di tutto, solo dolore, rabbia ma tanta speranza.

Decisi di essere davvero io, quella che le nonne sapevano già ma a cui io non volevo credere.

Mi sveglio presto, lavoro sodo, provo a vivere con i miei spiccioli, dormo poco, pago le tasse, faccio la spesa, amo il mio uomo, compro fiori, stampo biglietti da visita, mi voglio bene, sorrido a tutti, ho la mia partita iva, ho un conto in banca spesso vuoto ma ce la faccio. E anche domani ce la farò, anche dopodomani e il mese prossimo.

E tu sei qui con me, come me che voglio diventare grande, che voglio crederci, che ce la metto tutta e ti trascuro un po’ e non riesco a cucinarti più il pranzo e la cena, che non ho mai una lira ed ho ancora un po’ di rabbia da smaltire, che mi sento sempre in guerra con il mondo e ti riempio la casa di fiori, sempre in ritardo, sempre ad abbaiare.

Riguardo a quel vestito, vorrei che avesse portato un po’ meno dolore nelle nostre vite.

Però guardandoci adesso dico che, in fondo, ci ha regalato anche tante gioie, anzi, ci ha insegnato a guadagnarcele e a godercele, adesso che “sei ancora tu, purtroppo l’unica” (l’unico – per me) come sta cantando Lucio nelle mie cuffie.

-Ce la farò-

Mi dico.

-Ce la faremo-

Mi dici tu.

Ci sei, e l’importante è sempre chi c’è.

Chi non c’è non m’interessa.

Che Irene diversa sono.

Papà mi riconosceresti?

Secondo me no. E va bene così.

Il vestito blu lo rimisi solo per rivedere mio padre ad una cerimonia di famiglia, ma non mi trasformò in WonderWoman.

Non lo butterò, secondo me quest’anno è ancora di moda.

 

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