La storia di un apribottiglia 

Questa non vuole essere una foto artistica ma solo l’immagine da cui é iniziato un groviglio di pensieri, ragionamenti, ricordi, profumi. 

Questo é il nostro tavolo. É il tavolo di una coppia che ultimamente ha poco tempo. Sono passati i giorni della sala apparecchiata con cura, della cena a finire di cuocere sui fornelli, del pane fresco sempre in dispensa. Siamo una coppia di corsa. Stiamo costruendo il nostro futuro. Ogni giorno lavoriamo sodo, ci vediamo poco e ci amiamo tanto con piccoli gesti. Abbiamo finito di cenare e tu sei uscito tutto di corsa per andare alla riunione e io sono rimasta sola con la mia agenda da sistemare e dei siti da verificare. 
Abbiamo si e no una decina di cavatappi e apribottiglie. Da ex sommelier ne ho di tutti i tipi. D’argento, incisi col mio nome, di cantine varie, eventi e manifestazioni. É poi c’é lui. Il cavatappi di mia nonna. Uno dei tanti. Sicuramente il piú brutto. Se ne stava lí, sul nostro tavolo tanto simile a quello degli universitari, tra un pacchetto di gomme, un bicchiere di coca cola, Scottex come tovaglioli, foglie di eucalipto e palline di claspedia. 

É cosí che nascono i ricordi. Quell’ apribottiglie ha accompagnato tutta la mia infanzia e adolescenza. Ha accompagnato anche il mio ingresso nel mondo degli adulti, da quando l’ho portato via da casa di nonna é sempre stato con me. In ogni trasloco, viaggiando dentro uno scatolone, arrivava nella mia nuova cucina. 

Lo si usava per aprire le bottiglie di gazzosa che beveva mio nonno per i suoi effetti digestivi. Ci aprivamo le birre quando prendevamo la pizza. É sempre stato con noi. Brutto come la peste ma unico. Se ti serviva lo potevi trovare nel cassettone del grande tavolo della cucina. Insieme a lui vari utensili. Stampi per biscotti, la rotella per tagliare la pasta fresca, coltelli dalla lama ormai inutile, fruste per montare a neve i bianchi, cucchiai giganteschi. É poi la tovaglia a quadri, su cui mia nonna si divertiva a scrivere. Colorava i quadretti bianchi con i piedi appoggiati sulla sedia. 

Quanta bellezza.

Quando mia nonna é mancata il vuoto é stato cosí buio che per molto tempo non credo di aver pensato ad altro. Continuavo anche a pensare che, nonostante fosse giá qualche anno che non vivevo piú con lei, non mi sarei piú sentita a casa da nessuna parte. Per me casa era lei e questo l’ho scoperto dopo la sua mancanza. Prima facevo un po’ la nomade tra papá in collina e l’università. Ma Casa é sempre stata dalla nonna. Casa in fondo era lei. E io tornavo sempre.

Il 23 Giugno 2010 si é spenta nel suo letto dopo un lungo periodo di malattia e nonostante ció eravamo tutti distrutti dal dolore. Ogni arco ha la sua chiave di volta e il nostro era lei. Tutti sapevamo che non sarebbe più tornata quella di prima ma chi é che in fondo non smette di sperare? 

Ricordo la nostra casa. Era grande, poi immensa senza di lei. Io non so bene perché ma mi portai via un sacco di cose. Quasi tutte piccole e inutili. I suoi vecchi occhiali da vista, decisamente fuori moda e di una gradazione per me inappropriata, vecchie foto di ogni genere, anche di parenti di cui non conoscevo l’esistenza, un paio di soprammobili a forma di Budda felici che le regalai per un compleanno, libri della Fallacci, plaid, mestoli da cucina, Una grattugia, libri di ricette mai utilizzati e quel cavatappi orrendo, veramente kitch. 

Averli con me mi ha aiutato a sentirmi a casa dove a casa non mi sono mai sentita. Né da papá, né dal fidanzato, né all’universitá dove avevo portato di tutto pur di non sentirmi in un posto lontano, ma non era bastato. Non sono tanto gli oggetti a farti sentire a casa quanto le persone. Le persone sí che hanno il gran potere di farti sentire in un posto sicuro. Quegli oggetti invece mi hanno sempre messo un po’ di malinconia. Bisogna essere pronti a ricordare. Io non la ero. Soffrivo ancora troppo per la mancanza della nonna, per il futuro incerto, per il mio animo che prendeva forma e io non capivo bene quale. 

Oggi é diverso. Rivedere quel cavatappi mi ha ricordato il tessuto della nostra tovaglia, il profumo delle arance e della gazzosa, le tigelle ustionanti, l’anguria appiccicosa. Nonna che litiga col nonno, mia sorella che fa i capricci. Il casino. Il casino che c’era sempre quando eravamo tutti a cena. Io che racconto le barzellette. 

Lo ricordo col sorriso. Perché oggi mi sento a casa. Come tanti anni fa. Sono a casa. Ho una forma. Ho l’amore e la felicità. Ho i cani che dormono sotto i miei piedi. Un buon libro e un apribottiglia a forma di scorpione che probabilmente é rimasto un pezzo unico. Ho un trascorso tanto brutto quanto meraviglioso. Ho avuto la fortuna di avere una nonna, anzi due, fantastica che mi ha reso quella che sono oggi e di avere lui, il mio cuore.

Bisogna essere pronti per ricordare. 

E tu amore hai preso quel cavatappi senza sapere. Senza sapere quanta strada ha fatto. Quante case ha visto. Quanto mi ha fatta piangere. Quanto invece mi tira su il morale questa sera. Senza sapere, a volte, si fanno gesti grandiosi.

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